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lunedì 16 gennaio 2017

LA SVOLTA CELESTE. IL RISCATTO DI ATLANTE.

Atlante, descritto nell'Odissea come uno dei pilastri del cielo, fu condannato da Zeus a reggere sulle spalle la volta celeste per essersi alleato con Crono nella guerra per la conquista dell'Olimpo, vinta ovviamente da Zeus.

Atlante, costretto a convivere con questo peso per l'eternità, riuscì a convincere Eracle a sostituirlo temporaneamente nella sua punizione, a patto che quegli andasse a raccogliere i pomi d'oro delle Esperidi.
Recuperati i pomi, pero', per Eracle fu assai difficile convincere Atlante a riprendere il suo posto, e dovette ricorrere a uno stratagemma: gli chiese di tenere momentaneamente la volta per potersi mettere sulle spalle un cuscino.

Atlante si riprese il cielo, Eracle se ne andò, si prese i tre pomi, e si fece beffa di lui.

Stefano Parisio Perrotti inverte la tendenza della vita di Atlante, e gli da la possibilità di liberarsi del suo peso. Lo rende autonomo, indipendente, fiero. 

In piccole sculture, tanto entusiasmo. Atlante si riappropria della sua vita, e si gode il piacere di portare sulle spalle un peso leggero, o di non portarlo affatto.






















In mostra al MANN di Napoli, segna per me l'inizio di questo 2017. 

Ironia, semplicità, cultura, immediatezza.






In una piccola sala, un concentrato di emozione, ed un sorriso.




La mostra si intitola "La svolta celeste. Il riscatto di Atlante"


www.pariperro.it

venerdì 28 ottobre 2016

MARINA ABRAMOVIC_THE SPACE IN BETWEEN


La mia illusione che a 70 anni la sofferenza possa essere ormai superata, che la saggezza possa portare alla pace spirituale e che tutta la rabbia dovuta ai tradimenti possa scivolare addosso senza lasciare tracce, si è ormai dissolta.
Marina Abramovic, tonica come poche, nuda come non mai, urla in un silenzio composto la sua disperazione.
Lo fa in una maniera non inusuale, e mi colpisce il fatto che porti avanti lo stesso tentativo di Nick Cave, ossia quello di documentare i pensieri attraverso il video. In due film proiettati nelle sale solo per un paio di giorni, a distanza di una settimana, entrambi esorcizzano le paure, ognuno secondo le sue inclinazioni, attraverso la comunicazione.
Nick Cave, nel film documentario "One more time with feeling", aveva portato con sé una troupe negli studi di incisione del suo album, e anche un po' a casa sua, per raccontare e raccontarsi, in un momento di crisi profonda.

Marina Abramovic, invece,  parte per un viaggio, che la porta nel cuore dell'esoterismo del Brasile.
Tante facce, sguardi profondi ed esperienze singolari, che contengono in sé e poi sprigionano con forza il sapore della magia, che è propria della creazione. Quella stessa magia che Nick Cave utilizzava, o di cui era tramite, nel momento in cui, mettendosi al piano con aria incerta, si lasciava andare alle note, che fluivano secondo una improvvisazione precisa e scandita, dettata, forse dalle stelle.
Certo, questo a meno di considerare che le stelle siano proprio loro, gli artisti al servizio della natura, dei sentimenti nascosti ai più. Depositari di una sensibilità fuori dagli schemi e dal comune, con il compito di spiegarla agli altri, in una frustrazione più o meno costante.
Il metodo Abramovic, che consiste nel mangiare a colazione uno spicchio d'aglio e una cipolla, è quello che le consente, dice, di visitare i posti più impervi del pianeta senza ammalarsi mai.
Libera nella vita ma non nell'anima, si spinge alla scoperta di sensazioni nuove. Beve, mangia, medita, prega, cammina, parla con la gente. Non c'è nulla di artefatto in un viaggio che, come tutti i viaggi, è finalizzato alla riscoperta di sé. Una rinascita, necessaria e inevitabile, dopo una sofferenza che ha pervaso completamente il corpo e lo spirito.
Incontra, sul suo percorso, donne che, nella semplicità e nell'ignoranza, hanno vissuto una vita ricca della gioia di aver aiutato gli altri.
Lei, protagonista indiscussa della sua vita e del suo viaggio, si mette a nudo, spiritualmente e fisicamente, e mostra a tutti le sue debolezze, e contemporaneamente la sua forza, con l'esibizionismo proprio di una donna che  non si vergogna di essere umana.
Piange, si dimena, si lascia toccare, massaggiare, cospargere di terra, ma soprattutto si affida. Nella sua ricerca di un po' di pace, si abbandona a riti tribali e si fa travolgere dalle tradizioni di un paese che non è il suo.
Colori, vibrazioni, intuizioni, empatia.
Il film è un'esperienza, la sua, che sceglie di condividere con il suo pubblico. Si mette in gioco, come lei sa fare, e si concede.
Differente è la sensazione che si prova invece nel sentirle dire che intende lavorare un po' dietro le quinte, verso la fine del film, per rendere  protagonisti delle sue opere i suoi spettatori.
Marina Abramovic è artista e opera d'arte, e questo non potrà mai prescindere dalla sua opera. Sarà sempre al centro di ogni suo progetto, perché il germe di follia che è dentro di lei, può manifestarsi solo attraverso il suo viso, i suoi occhi, il suo corpo, anche se, per un attimo dovesse decidere di mettersi un po' in disparte.
Questo è quello che io, da spettatrice, vedo di lei.

martedì 21 luglio 2015

Lavori in corso_"Har- the sequence of Deb′o·rah"

Secondo video del progetto - installazione "Har-".

Note di regia:
Liberamente ispirato alla figura della profetessa israelita Deborah, dal Libro dei  Giudici, il  video intende narrare una sequenza o, simbolicamente, un  canto.
Una  performance atta a rappresentare il pensiero  di  una  donna o, più semplicemente, di un essere umano.
Una domanda, alla base di questo progetto:
"gli umani, di cui ogni giorno osserviamo le scelte e le azioni, quanto  osservano  i  propri  pensieri?  E  noi?"
Ciò  che  gli  uomini  guardano  sono  le  espressioni.  E la  poesia  sta nel  pensiero.  Deborah  è  consapevole  che  tale  riflessione  sia  letta  da  Dio  e  per  questo  è  a  Lui  che dedica il suo canto, a Colui il quale ne  conosce  tutte  le  intime inclinazioni  e che  ci  invita,  liberamente,  a  "guardarci"  un  po'  più  in  profondità.


Le  azioni  di  noi  uomini  sono  incredibili  ed  le nostre espressioni estremamente varie. Quanto riusciamo veramente a leggerle? 
Il video non è di certo un documento  sulle  sinapsi umane,  ma   la  performance  di  Silvia  Bruni.
Deborah  l'israelita  è  stata  "un  Giudice",  ed  insieme  a  Dio  ha  vinto  una  guerra. 
"Ma  quale  guerra posso  vincere  da  solo?  e  quale  esempio  mi  insegna  l'antichità?"
Ancora  in  lavorazione,  il  video  avrà  una  durata  massima  di  4' .
E'  stato  girato  in  totale  work  in  progress  al  teatro  Lolli  di  Imola - Bologna.



Un ringraziamento particolare va all' associazione TILT  Teatro di  Imola  (BO).

Altri ringraziamento vanno allo scultore Antonio Canova, a Silvia Bruni, performer già presente in Har- da Sofonia, ed al personaggio di Deborah.

regia_ Donato  Arcella
performer_ Silvia  Bruni
tech_ Luca  Tanieli



Donato Arcella_
- IVHAM '15 New Media Arts Festival - Madrid - Spagna, Fest invitado Magmart - Napoles.
- Overflow Transborda '15 Videoart  Alcobaca - Portogallo
- Streaming Festival video art - L'Aja ( NL ) and BOX Videoart Project - Visualcontainer    Milano - Italy. '14
- Human Rights? Internazionale di Arti visive Trento - Italy. '14
- XXXFuorifestival - Arte,  video  e  altre  culture…  Pesaro-Urbino  Italy. '14
http://www.premioceleste.it/donatoarcella

sabato 12 aprile 2014

Installazione da Sofonìa

Har- 1Ts V 1-3

Un tripudio di occhi neri ed espressioni folli.
Sofferenza, forza, audacia, le emozioni che traspaiono dall'ultimo esperimento di Donato Arcella.

Il  video  è  una  performance  ispirata  alla  lettura  del  Libro  di  Sofonia,  libro  tratto dall'Antico Testamento  biblico.



L'audiovisivo  è  parte  del  progetto  HAR-  (monte),  che  includerà  un  portfolio fotografico costituito da fotogrammi tratti dalle  stesse  riprese,  e  video,  tra  sequenze  in  loop  e video  di montaggio.

Si tratta di una "installazione  work  in  progress", senza alcuna sceneggiatura, in cui i personaggi si muovono sulla scena con interpretazioni studiate e consapevoli, ma libere.

 
"Più  che  ispirati  dalle  letture  bibliche, che  riteniamo  senza  tempo, più  precisamente ne siamo  influenzati.  Ciò  che  ci  preme  è  un' attenta  lettura  del  testo, che  poi  diventa libera performance.  
La  regia  è del tutto in divenire.

 
La  scelta  dei  Libri  è  dettata  dalla  poeticità  e dalla  forte  veracità  delle  Scritture,  i  cui significati ci  raccontano  sempre  un' attualità  dello  stato  dell'uomo  e,  spesso,  la sua  incapacità  di camminare  da  solo ". 

Pochi secondi, che vale la pena guardare:

HAR- Donato Arcella

titolo:  Har- 1Ts V 1-3
regia:  Donato Arcella
montaggio: Emmanuele  Pinto
T.I.L.T. group - Imola
Teatro  Lolli  di  Imola ( BO )

1'37". bn. Italia. 2014

mercoledì 4 dicembre 2013

Hysterical literature_ letture eccitanti

Prima dovete guardare il video, e poi possiamo parlare.


ok. la prima domanda è: "è in vendita quel tavolo?"  
la seconda è: "mi interessa chi o cosa ci sia sotto?" 
la terza è: "ci starebbe bene nel mio salotto?"
le risposte a queste domande sono, in odine: "SPERIAMO!!" "NO" e "SI!"

Clayton Cubitt, il fotografo ideatore della web series Hysterical Literature, è stato veramente geniale.
Ha fatto un esperimento semplice: una donna, un libro e qualcuno sotto al tavolo che gioca in maniera molto... tremendamente divertente direi, con il piacere femminile.

Stoya_ Hysterical literature_ Clayton Cubitt


Inutile provare a dire che queste immagini non siano "toccanti"! Io... che sono Cherry, e certe licenze mi sono concesse, ammetto di aver sentito tutti sensi drizzarsi in allerta fin dall'inizio; e poi, man mano che il video procedeva, una tensione sottile mista a curiosità saliva... fino a quando nervosamente ho tenuto strette le gambe, accavallandole e serrandole in maniera quasi ermetica. Subito ho pensato al mio Mister J., e se avessi avuto i giusti poteri lo avrei fatto materializzare qui immediatamente!

Ovviamente dopo Stoya mi sono incuriosita (eh beh anche le donne possono) ed ho guardato tutta la serie. Le donne sono diverse, e certamente ognuna ha una propria scansione ritmica dell'eccitazione, ma tutte sembrano travolte da un'onda anomala di piacere!

Alcune si abbandonano alle vibrazioni, alltre cercano di trattenersi, tutte si divertono e sono quasi certa che nessuna ricorda i dettagli della lettura!!

                                                                                                                                 Solè_ Hysterical literature_ Clayton Cubitt

A dirla tutta mi annoia un pò filosofeggiare sulla meccanica del piacere, sul fatto che (dopo lunghe battaglie sull'amore... e blablabla), questi video attestino la presenza della signorina Vagina, come entità autonoma rispetto a noi, pur sempre gioielli di perfezione. 

LEI, sempre Vagy, ed i suoi istinti animali, può addirittura prendere il sopravvento sull'autocontrollo e la razionalità. E consentitemelo...vivaddio! Mica è permesso solo agli uomini agire come teste di cazzo! 


                                                                                                                               Alicia_ Hysterical literature_ Clayton Cubitt

La web series è stata virale: milioni di visitatori si sono fiondati su youtube per ascoltare queste letture erudite ed interessanti! 

Aaaahhhh! il potere della cultura!!!
e questa lettura, quanto ci fa divertire?!

Vi posto qualche altra session... studiate!

Teresa
 


Solè

Se proprio vi siete appassionati 
il sito di Clayton é http://hystericalliterature.com/




Se poi, i maschi fossero troppo curiosi di sapere se ci divertirebbe fare questo giochino,
la risposta è SI

Industriatevi, la creatività paga sempre.

CL

giovedì 23 maggio 2013

DESERTI_ percorso - spettacolo attraverso un deserto metropolitano







La rassegna “InVisibili” di T.I.L.T. (TRASGRESSIVO IMOLA LABORATORIO TEATRO) prosegue.

L’evento clou è “Deserti” percorso – spettacolo attraverso un deserto metropolitano, un progetto che nasce per utilizzare aree abbandonate o zone di silenzio/assenza nel cuore pulsante di una città.
Deserto metropolitani. “Vuoti” nel cuore della metropoli che ricominciano ad esistere nel momento in cui vengono attraversati e cantati.

Nell’area dello spettacolo, il deserto è un riferimento filosofico.
Lontani da sabbie o cammelli, vengono evocati  in termini fantastici riti tribali, carovane, luoghi e oggetti sacri, profeti e demoni, stanzialità e nomadismo.





Una costruzione immaginifica, slegata dalla storia e dalla funzione d’uso dei luoghi attraversati dallo spettacolo, in cui gli spettatori stessi contribuiscono a formare il paesaggio in quanto, pur non essendo direttamente coinvolti, “guardano” e sono “guardati”, in lontananza, da altre “carovane” di spettatori, che si muovono contemporaneamente in percorsi differenti.


Canti rituali ed azioni fisiche, con poche e frammentarie frasi di testo e intrecci non narrativi, ispirati a stili pittorici spesso dipinti anche sui corpi degli attori.

Un panorama di atmosfere, più che una trama con personaggi dentro un’evoluzione testuale.



Deserti si propone come creazione di un’esperienza, attraverso l’uso di linguaggi non convenzionali, anti-naturalistici, spesso astratti, anche mutuati dalla pittura e dalla poesia.
È frutto di una creazione collettiva, corale, che prevede una buona flessibilità artistica e un allontanamento dalle forme tradizionali di improvvisazione e recitazione.


lo spettacolo_
Realizzato per la prima volta nel 2000, a Modena, negli spazi esterni degli ex depositi Amcm,  e prodotto dalla Drama Teatri; messo in scena nel 2011 a Bologna, nella ex fabbrica Minganti, e prodotto dal Gruppo Libero, ha coinvolto, ogni volta,  più di venti attori e non meno di 1.000/1.500 spettatori complessivamente per ciascun evento, divisi per piccoli gruppi di 20/30 per volta.

Marco Caronna, musicista e cantante di Parma, autore e regista, ha contribuito alla realizzazione di Deserti in tutte le sue edizioni.


 il regista_ Tanino De Rosa
Allievo dei registi e formatori russi Jurij Ljubimov (di cui aiuto-regista), Mikhail Butkievich, Serghei Issaiev, Nicolaj Karpov.
Hanno contribuito alla sua formazione Marisa Fabbri, Giancarlo Cobelli (di cui assistente), Marco Sciaccaluga, Biancamaria Pirazzoli, Bogdan Jerkovich, Laura Curino, Giorgio Marini, Franco Di Francescantonio, Matsemela Manaka, Michiko Hirayama, Wendy Alnutt, Charmian Hoare, Alessandro Tognon.
Come uditore, ha seguito cicli di lavoro con i registi Peter Stein, Anatolij Vassiliev, Vadim Mikheenko.
Ha frequentato negli anni ’70 il Laboratorio Fontemaggiore di Perugia, negli anni ’80 la Scuola di Teatro Colli di Bologna e in Toscana tre edizioni di “Prima del Teatro - Scuola Europea dell’Attore”.
Come attore, ha lavorato in teatro con ruoli di primo piano con le compagnie:  Il Gruppo Libero, Teatro di Pisa, C.U.T. di Pisa, Atelier della Costa Ovest, Drama Teatri, Accademia 96, Teatro Aperto, Koinè, Teatro di Sacco, La Corte Ospitale, Reon Teatro.
Ha partecipato a vari cortometraggi, produzioni televisive RAI e cortometraggi, dirette fra gli altri da Ermanno Olmi, Vittorio De Sisti, Stefano Salvati, Michele Lanubile, Francesco Amato, Luigi Rossini, Dario Zanasi.
Come regista, ha al suo attivo numerose produzioni di spettacoli ed eventi per Il Gruppo Libero, Koinè, Drama Teatri, Teatro del Tempo, Accademia 96, Circuito ABS - Basilicata, Museo medievale di Bologna, Festival Acqua di terra/Terra di luna, Associazione TILT ed ha curato varie edizioni del Premio Letterario Navile a Bologna.
Come formatore, svolge attività pedagogica dal 1991 conducendo laboratori e cicli di lezioni, soprattutto in Emilia e Toscana, presso scuole di teatro, centri di sperimentazione e strutture teatrali di diverse città italiane e realizzando moduli personali di pedagogia teatrale, curando spesso degli studi conclusivi e allestimenti su singoli autori, opere o tematiche particolari.
Dal 2009 ha iniziato una collaborazione con l’ITC -Teatro di S. Lazzaro di Savena, conducendo seminari intensivi e corsi e con la Factory Leggere Strutture di Bologna, realizzando diversi progetti.
Fino al 2006 è stato direttore artistico del Teatro S. Martino di Bologna.
Ha curato vari seminari di formazione sulla comunicazione, sulla creatività, sulla leadership. 
Dal 1988 collabora stabilmente con Radio Città del Capo di Bologna.
Ha fondato a Bologna nel 2008 l’Associazione Suoni Barbarici.


ven 24 - sab 25 - dom 26 maggio

ven 31 maggio - sab 1-  dom 2 giugno 


lo spettacolo itinerante si svolgerà nella zona antistante il Teatro Lolli di Imola           (Via Caterina Sforza, 3)  negli spazi esterni dell’azienda Usl

in ognuna delle sei serate saranno previsti tre turni di spettatori  
(ore 21:00, 21:25, 21:50)

è possibile partecipare allo spettacolo solo su prenotazione 
tel. 340 5790974 

l’ingresso è ad offerta libera


musiche originali e direzione dei canti_ Marco Caronna
progetto e regia_Tanino De Rosa
partecipanti al laboratorio_ Erika Agresti, Antonella Bertini, Paolo Bertocchi, Silvia Bruni, Laura Candura, Corrado Dal Pozzo, Primo Fabbioni, Cristina Gallingani, Lorenza Ghini, Angela Girgenti, Caterina Grandi, Roberta Maccarelli, Rosangela Martino, Adalberto Parenti, Piero Pasotti, Orfeo Raspanti, Alberto Rutigliano, Luca Tanieli
fotografo di scena_ Donato Arcella



venerdì 26 aprile 2013

"VISIONI" da architetti_ Giuseppe Mascolo @ NEA, Napoli


Velocità, ritmo, sintesi. Il video proiettato allo spazio "Nea" di piazza Bellini, a Napoli, in occasione della mostra “Visioni”, (17 aprile 2013) , ha lasciato il segno. Del resto, è proprio di segni che si parla: tracciati, linee, disegni che modificano il territorio; curve, o rette, che delineano gli spazi.  Giuseppe Mascolo, protagonista indiscusso, nella vita e nella galleria, mette in scena i suoi lavori, di architetto, e di artista. Li mette in scena, come solo lui sa fare, col sorriso beffardo di chi sa di avere qualcosa da esprimere.

Complice il suo video-maker, cinematographer Stefano Aletto, (si… proprio come una delle Erinni), che cattura al meglio l’emozione di una creazione artistica e ne coglie, e sottolinea, le sfumature istintive. Una lenta e brevissima introduzione, una sorta di overture: l’architetto che apre la finestra, e guarda ciò che lo circonda, passaggio imprescindibile per poter dare vita ad un qualunque progetto e, soprattutto, per “immaginare concretamente” una città diversa. Un respiro profondo, e la vita inizia. Pervade l’artista, che diventa solo un mezzo. Una carezza veloce e sensuale al tavolo da disegno, sostegno affidabile e compagno di meditazione. La lama scorre a tagliare il foglio, e carta gommata. Gesti automatici, per chi li ha fatti mille volte, e che racchiudono un fascino misterioso. Ci fosse stata la china a sbavare nei momenti sbagliati, il quadro sarebbe stato completo. Ma una biro, e niente china. Penna a sfera, e acquerelli. Comincia lo stato di trance. Giacca e occhiali scuri, la creazione prende vita, senza paura alcuna di sporcarsi le mani.




La colonna sonora è perfetta, e il ritmo si fonde col rumore, o col suono, della penna sul tavolo. Il disegno è pensato dalle mani, e scorre veloce, di certo più veloce dei pensieri. Quando tutto è solo un po’ più calmo, l’acqua chiama dai bicchieri di plastica, e parte il colore. Pochi istanti dopo, il disegno è finito. Le mani sono sporche, lo sguardo soddisfatto.

La visione si è manifestata. Ora, si può anche andare via.




cinematographer_ Stefano Aletto                              
production_ CamerastyloFilm
camera assist_ Palmer Vitagliano
performer_ Giuseppe Mascolo
voce_ Salvatore Castaldo

cartoline autografate



Alle pareti i disegni.

Nello spazio un’installazione in ferro dall’alto della quale, in un’atmosfera suggestiva, il poeta Salvatore Castaldo recita alcuni brani estratti da “Le città invisibili” di Calvino.

A disposizione dei curiosi tavole di progetti. Lo studio si chiama MARASMA studio, ed è gestito dagli architetti Giuseppe Mascolo e Debora Marrazzo.




domenica 24 febbraio 2013

RICCARDO DALISI_ Progettare per il mondo reale



Girando per le sale della mostra dedicata all’opera di Riccardo Dalisi “Progettare per il mondo reale” (aperta fino al 23 febbraio presso il PAN di Napoli), mi ritornano in mente le parole pronunciate da un simpatico personaggio di uno dei capolavori cinematografici della Pixar: 

“non tutti possono diventare grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque”

Non so se il vecchio Maestro del design napoletano abbia mai visto le avventure di Remy, topo col sogno di diventare un grande chef, raccontate in “Ratatuille”, ma di certo ne condividerebbe la filosofia.
Questa mostra è l’ennesima testimonianza del lavoro di Dalisi, volto ad opporsi all’architettura e al design “ufficiali” e, di conseguenza, al loro insegnamento confinato tra le spesso asfittiche mura delle facoltà di architettura italiane dove purtroppo, a volte, si insegna a parlare un linguaggio comprensibile ai soli addetti ai lavori. Dalisi invece, come testimoniano le innumerevoli precedenti esperienze, da quella con i bambini del Rione Traiano a quella con gli anziani di Ponticelli, a quelle più recenti con i ragazzi del Rione Sanità, crede fortemente in un approccio “Radicale” all’architettura e al design, il che comporta, di conseguenza,   un rapporto profondamente empatico con quelli che sono gli oggetti ed i luoghi del vivere; una riscoperta della manualità, dell’approccio fanciullesco all’atto creativo, una riaffermazione dell’artigianato locale inteso come riscoperta dei valori di un luogo e non come cliché turistico. Necessaria per Dalisi è la “partecipazione” alla vita della città, che non può essere circoscritta alle elites intellettuali, ma che necessita del contributo di chiunque abbia un’adeguata sensibilità.

                                                                         Dalisi's bike_ ovvero un modo alternativo di raccordare due punti nello spazio


La parte più interessante del percorso espositivo è dunque quella basata sull’interattività e sullo spirito “laboratoriale” che anima la mostra: attraverso appuntamenti settimanali Dalisi cerca di indurre nei visitatori la consapevolezza che chiunque abbia la capacità di essere potenzialmente un “creativo”.

Le sette sezioni della mostra ripercorrono le tappe fondamentali della carriera dell’Architetto/Designer nato a Potenza, ma Napoletano a pieno titolo, e del suo costante e ammirevole impegno nella salvaguardia e diffusione delle sue idee che, al di là che se ne condividano o meno gli esiti formali, hanno la capacità di farci entrare in un mondo che difficilmente da soli riusciremmo ad immaginare.
Rimane solo da chiedersi quanti dei suoi allievi sapranno fare tesoro dei suoi insegnamenti e, custodendone la passione, la visione della vita, la capacita di non uniformarsi ai voleri del mercato, avranno la capacita di generare “nuovi mondi” e quanti, invece, come spesso accade in Italia, finiranno con l’essere schiacciati sotto la personalità del Maestro, imitandone le forme ma tradendone i contenuti.

Dalisi, dal canto suo, non può certo preoccuparsi della questione più di tanto, e sembra voler dire, citando il maestro di Remy in “Ratatuille”: 
“la cucina (o l’arte, o l’architettura, o la vita in generale) non è una cosa per pavidi! Bisogna avere immaginazione, essere temerari, tentare anche l’impossibile e non permettere a nessuno di porvi dei limiti, perché siete quello che siete. Il vostro unico limite sia il vostro cuore”.

martedì 8 gennaio 2013

HENRY CARTIER-BRESSON @ Reggia di Caserta_ (meglio tardi)

BREVE PREMESSA SUI RITARDI (mentali e non).  [Post scritto il 05/01/2013]

4 gennaio
Ore 03:39. Jarmusch club, Caserta. 
"Noi domani mattina andiamo a una mostra" 
"Ah... domani mattina dici? ma a che ora?"    
"A. dice alle 10:00, quindi verso mezzogiorno" 
"ma una mostra... di che? di chi?"     
"Bresson" 
"Chi?" 
"Cartier- Bresson"
 Silenzio. 
"Ah... e chi è??" 
"Un fotografo."                
"Ok. Veniamo anche noi."

Lo so... ieri al Jarmusch c'era qualcuno... ho sentito anche recitare, e suonare un piano. Ma la verità è che sono arrivata tardi. La terza volta dall'inizio dell'anno. E ieri eravamo solo al giorno 4.
Comincio a pensare, a questo punto, che, dopo i motti degli anni precedenti, che recitano rispettivamente:  

" 'o 2010 nun ce l'amma fà chiù c'e sciem" [trad. "nel 2010 ci impegneremo a non frequentare più gli stolti"]
" 'o 2011 "Fuje semp tu/mò te faccio verè io" [trad. "nel 2011 scappa finchè sei in tempo/ma quando è il momento attacca"], e
" 'o 2012 "amma fà sord... ma sord assaje" [trad. "nel 2012 dovremo arricchirci molto"] 

il motto del 2013 "E mò ce n' amma vedè bene" [trad. "e adesso è proprio arrivato il momento di godercela!"] possa quasi, "tranquillamente", prevedere l'aggiunta dell'espressione "MEGLIO TARDI", dove al termine "tardi" lascio la possibilità di attribuire, a seconda delle proprie esperienze ed esigenze personali, la duplice accezione di "in ritardo" e/o quella di "un po' idioti". 

In ogni caso, visto che si tratta del mood 2013, già che dobbiamo godercela, meglio tardi: che non c'è fila, la gente sta andando via, è più buio, c'è più silenzio, la vista è un pò annebbiata, e siamo tutti più rilassati. 

5 gennaio
Ore 10:00. 
"F. ha chiamato. Andiamo? o riprendiamo il coma fingendo di non aver mai avuto alcuna informazione riguardo ad attività mattutine non meglio specificate?"        
"Non sono in grado. Decidi tu. E fammi sapere se mi devo alzare". 
Dieci minuti di silenzio. 
"Ok, alzati. Andiamo". 
Un "ok", il mio, voce rotta, risuona dall'oltretomba.

Ore 12:00. Reggia di Caserta. 
Non parlerò della biglietteria e di quel signore gentile grazie al quale io abbia evitato combattimenti alla Kill Bill il giorno 5 dell'anno nuovo. Sappia, il signore, con la s minuscola, che lo ringrazio, chiunque sia, e ovunque si trovi. 

Giusto per onestà e precisione, quella che non sapeva chi fosse "Bresson" ero io. 
So un po' di cose... ma non le so proprio tutte. 
Quando leggo "Henry Cartier- Besson" sul banner, nel mio cervello si attiva qualche sinapsi, e capisco che non è un nome estraneo al mio database... ma in ogni caso "nun o'sacc'!" [trad. temo di non ricordarmi di chi si tratti]. 

Entro nella Reggia, 10 euro per visitare gli appartamenti e la mostra, e scatto un paio di foto di rito, o di routine, quelle inevitabili che non sono mai belle perché nell’obiettivo non c'entra mai “abbastanza roba”.

Henry Cartier-Bresson. La sua biografia l’ho letta, ovviamente, dopo aver visto la mostra. E non ne parlerò, perché odio le biografie. Schematizzazioni di vite che non servono a niente. A me piace così. Non mi importa chi sia l’artista con cui mi vado a confrontare. Mi importa che mi rimangano nella mente un colore, un’impressione, un sentimento. Meno ne so, più sono contenta, e più spero che mi venga la voglia di conoscere la sua storia, per capirla e poi dimenticarla.

Ed ecco, di seguito, quello che mi ha emozionato della mostra, nonostante il freddo e il sonno, e il freddo da sonno.

Due foto di Matisse: Henry Matisse, 1944. Henry Matisse, Vence, 1944.

Henry Matisse,  1944
Le interazioni tra gli artisti mi affascinano. Molto. Mi piace che i pittori frequentino gli scrittori, che i poeti frequentino i musicisti, che gli scultori frequentino i registi, e che i registi girino documentari sugli artisti. Mi piaceva che i futuristi si scambiassero cartoline di auguri futuriste e cravatte futuriste, e chissà che  ai tavoli dei locali poco fashion nei quali ci ritroviamo di notte non ci siano seduti degli sconosciuti e ancora incompresi Rimbaud o Verlaine, o entrambi. Mi diverte che un fotografo fotografi un pittore, e che poi si allontani dalla fotografia perché lo annoia, e si dedichi al disegno e alla pittura. Una delle mostre più belle che abbia visto nella vita è stata senza dubbio quella di Alphonse Mucha, a Praga, in quale anno non me lo ricordo più. Se penso ai disegni a matita, il mio cervello non riesce a non pensare ai suoi. 

L'Isle-sur-Sorge, 1988

L’Isle-sur-Sorge, 1988. Nel commento si legge che l’autore, al telefono, abbia detto di aver scattato questa foto senza un’intenzione particolare. Da 15 anni aveva perso ogni interesse per la fotografia, dedicandosi alla pittura e al disegno. E la foto, in effetti, sembra soltanto un quadro di Monet.

Una sbirciata veloce ai miei appunti...

"Messa di mezzanotte a Scranno, Abruzzo, 1933"
Tre uomini calvi. “Gufi notturni pietrificati dalla luce” li definisce “Dominique Fernandez”. I cappelli, sull’altare. Un immagine, nello stesso istante, inquietante e quieta.

"Il cardinale Pacelli a Montmartre, 1938"
La folla, in un'armonia perfetta. I personaggi sembrano appartenere alla scena di un film.

"Downtown, New York, 1947" 
Uno scorcio buio. Un uomo, e un gatto. Descrivere New York è sempre superfluo. 

"Parigi, 1961"
Una figura, una strada, e Parigi. Parigi, lo so, è come New York, anche se non ci sono mai stata.

"Diritto alla pigrizia" F1 (i miei amici hanno tutti lo stesso nome, e identificarli con le iniziali è sempre complicato). F1 si avvicina ad una foto: "Terreno comunale, Boston, USA, 1952".          
"Ehy, questa è la nostra foto!". 
Uomini sdraiati sul prato in maniera più o meno casuale e scomposta: diritto alla pigrizia. Sorrido. Proprio ieri raccontavo ad un'amica quanto mi piacesse starmene sdraiata, stramazzata al suolo nella sabbia, capelli non sulla sabbia, ma DENTRO la sabbia. Si.  Abbiamo sempre, tutti, il diritto di piombare a terra quando siamo stanchi, e rimanere sull'erba finchè l'umidità non prenda il sopravvento sulle nostre ossa. 

"Tennesse, USA, 1947"
 Jesus is coming soon. La scritta, incisa su una croce, che domina su un cimitero di auto. 

Tra le più belle, la foto di una donna messicana che porta in giro il suo bambino avvolto in un velo nero, che trasparente e leggero lo protegge come una placenta. Nel nero del velo il rispetto, la serietà e la devozione.

"Siviglia, 1933. Premonizione alla guerra civile"
C'era una volta un libro che avevo trovato in cantina, che si chiamava "Che cos'è la parapsicologia". Libro requisito e sottoposto a consulenza tecnica sui miei presunti poteri paranormali. La mia prof. di storia lo diceva sempre: "Visitatio est quaedam inquisitio"... cazzo [caspiterina] avrei dovuto ricordarmene prima di aprire la porta di casa!! L'inquisizione, comunque, sarebbe stata più gentile. Suppongo che, in un allegro omaggio alla campagna nazista di diseducazione della Polonia, sia stato bruciato come le migliori e rispettabili streghe. 
Si leggeva, in tale manuale tecnico e documentato, che esistesse, negli Stati Uniti, e dove se no, un centro in cui ci si potesse recare per comunicare le proprie premonizioni. Le "testimonianze" dei soggetti che avessero comunicato i loro sogni prima dell'accadimento, sarebbero diventate casi di studio, così come i soggetti stessi. Un po' come al nascondino, bisognava parlare un attimo prima, o qualunque precognizione sarebbe stata considerata non attendibile. 
Cartier-Bresson fotografa dei ragazzini che giocano alla guerra 3 anni prima della guerra vera, in uno scenario di devastazione generale. Casualità, intuito, o premonizione.

e infine...


Marsiglia, 1932
Jim Jarmusch commenta una foto, "Marsiglia, 1932", dichiarando che la foto non abbia bisogno di alcun commento.

Finita la mostra mi guardo intorno negli appartamenti del re: ammiro gli stucchi, cerco di proporzionarmi rispetto ai lampadari, mi interrogo sullo spessore dei vetri delle finestre, e infine osservo le pareti e le porte cercando di capire l'altezza delle stanze. Mi ripropongo, la prossima volta, di tornare con un metro laser. Ad un conto approssimativo, deduco che l'altezza debba essere compresa tra gli otto e i dieci metri. 

no questa non è di Cartier-Bresson, è mia:  Caserta, 2013

Mentre svolgo, assorta, i miei calcoli, mi accorgo che qualcun altro deve aver avuto la mia stessa idea...quando si dice "l'empatia". E da dietro mi arriva una voce, in risposta ai miei interrogativi ancestrali, che afferma: "cà ce iescen tre piani e nu sottotett'!" [trad. considerata l'altezza di questa sala, al suo interno sarebbe possibile ricavarne un edificio di tre piani con sottotetto]

Ecco! Adesso si che mi sento meglio! Del resto, a chi non verrebbe in mente di ricavare dei sottotetti  nelle volte della Reggia di Caserta??!! 

Ahhh! tiro un sospiro di sollievo: menomale che non faccio l'architetto!

oooppppsssss!!! cazzo!! faccio proprio l'architetto!!!

Beh... come dicevo all'inizio... meglio tardi!