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venerdì 24 marzo 2017

Folfiri o Folfox tour_ Afterhours @Napoli

Ne ho visti tanti, come Rocco di patate (o forse non così tanti), di concerti degli Afterhours.
Eppure nessuno, e dico nessuno, che sia stato così, nel senso buono, potente, violento ed aggressivo.
Una casa della musica, quella di Napoli, che è letteralmente esplosa di musica ed energia.









Né pani né pesci - Ballata per la mia piccola iena - San Miguel - Musa di nessuno - Non voglio ritrovare il tuo nome - Ti cambia il sapore - Costruire per distruggere - La tempesta è in arrivo - Male di miele - La verità che ricordavo - Bye Bye Bombay - Padania - La vedova bianca - Ci sono molti modi - Quello che non c’è

sono solo alcune delle bombe assordanti lanciate ieri sera, in una guerra di suoni ed emozioni.

Fuori da tutti gli schemi e dalle abitudini, tutto assume una connotazione più forte, come una pagina di un libro che sottolineiamo con forza anche dopo averla letta tante volte. Come un testo che già conosciamo, ed in effetti lo conosciamo tutti a memoria, che all'improvviso diventa importante, che va urlato, che va riscritto a caratteri cubitali.

Ci colpisce, ci investe, ci travolge, ci riempie. E' il dono della musica. 

Manuel e Rodrigo dominano la mia attenzione, come Nick Cave e Warren Ellis. 
E l'intro dei dirty three, in effetti, lasciava presagire grandi cose.
Richiesta preparazione atletica e psicofisica per assorbire e per ascoltare, per sostenere consapevolmente il rumore, che è sempre fuori, ma soprattutto dentro di noi.

L'ultima volta, pensavo che sarebbe stata l'ultima volta. Non era vero. 
La musica nella vita non è mai superflua, non è mai veramente lontana, ma soprattutto non è mai  abbastanza!

lunedì 16 gennaio 2017

LA SVOLTA CELESTE. IL RISCATTO DI ATLANTE.

Atlante, descritto nell'Odissea come uno dei pilastri del cielo, fu condannato da Zeus a reggere sulle spalle la volta celeste per essersi alleato con Crono nella guerra per la conquista dell'Olimpo, vinta ovviamente da Zeus.

Atlante, costretto a convivere con questo peso per l'eternità, riuscì a convincere Eracle a sostituirlo temporaneamente nella sua punizione, a patto che quegli andasse a raccogliere i pomi d'oro delle Esperidi.
Recuperati i pomi, pero', per Eracle fu assai difficile convincere Atlante a riprendere il suo posto, e dovette ricorrere a uno stratagemma: gli chiese di tenere momentaneamente la volta per potersi mettere sulle spalle un cuscino.

Atlante si riprese il cielo, Eracle se ne andò, si prese i tre pomi, e si fece beffa di lui.

Stefano Parisio Perrotti inverte la tendenza della vita di Atlante, e gli da la possibilità di liberarsi del suo peso. Lo rende autonomo, indipendente, fiero. 

In piccole sculture, tanto entusiasmo. Atlante si riappropria della sua vita, e si gode il piacere di portare sulle spalle un peso leggero, o di non portarlo affatto.






















In mostra al MANN di Napoli, segna per me l'inizio di questo 2017. 

Ironia, semplicità, cultura, immediatezza.






In una piccola sala, un concentrato di emozione, ed un sorriso.




La mostra si intitola "La svolta celeste. Il riscatto di Atlante"


www.pariperro.it

giovedì 5 gennaio 2017

Il Giorno Uno.

Il Giorno Uno è quando decidi che le cose cambiano.

E' quando compri un nuovo fondotinta prima che il tuo si sia esaurito fino all'ultima goccia, e pure quello di tua sorella e di tua madre; è quando temperi una matita che non ti serve solo per il gusto di vederla appuntita; quando realizzi che non terrai mai l'armadio in ordine, ma che scriverlo nella lista delle cose da fare ti da una certa soddisfazione.

Il Giorno Uno è quando decidi di non essere più in ritardo, sfidando il tuo dna.


Le stagioni, che non sono più mezze, non ti aiuteranno. 
Senza riferimenti, senza equilibrio e senza ordine, il Giorno Uno è quello in cui prendi l'incertezza, la pieghi in quattro parti e te la metti in tasca.

Nel Giorno Uno la paura esiste, ma ha perso il suo smalto, perché la paura, si sa, non serve a niente.
"Indossare il vuoto con classe" forse sarà sempre di moda, tra chi osserva la propria vita riflessa nelle vetrine dei negozi nei centri commerciali. La verità è che metterti gli occhiali da sole non ti farà avere più carisma e sintomatico mistero se sei un coglione.


Il Giorno Uno è quello in cui sai che sbaglierai ancora e ancora, ma decidi di farlo con serenità.Quando decidi che le pentole vuoi graffiartele da solo e che le verità, come le uova, preferisci che te le sbattano in faccia piuttosto che farci lo zabaione di prima mattina.


Il Giorno Uno non ha niente a che vedere con l'inizio dell'anno. E' quello in cui ti accorgi di quante cose sono cambiate, e per la prima volta dopo tanto tempo sorridi, perché per la prima volta finalmente, ti rendi conto che è solo l'inizio!
Buon anno! buon 2017!

Che i vostri giorni siano sempre diversi uno dall'altro.
Questo è l'augurio più bello che senta di fare a tutti!

venerdì 28 ottobre 2016

MARINA ABRAMOVIC_THE SPACE IN BETWEEN


La mia illusione che a 70 anni la sofferenza possa essere ormai superata, che la saggezza possa portare alla pace spirituale e che tutta la rabbia dovuta ai tradimenti possa scivolare addosso senza lasciare tracce, si è ormai dissolta.
Marina Abramovic, tonica come poche, nuda come non mai, urla in un silenzio composto la sua disperazione.
Lo fa in una maniera non inusuale, e mi colpisce il fatto che porti avanti lo stesso tentativo di Nick Cave, ossia quello di documentare i pensieri attraverso il video. In due film proiettati nelle sale solo per un paio di giorni, a distanza di una settimana, entrambi esorcizzano le paure, ognuno secondo le sue inclinazioni, attraverso la comunicazione.
Nick Cave, nel film documentario "One more time with feeling", aveva portato con sé una troupe negli studi di incisione del suo album, e anche un po' a casa sua, per raccontare e raccontarsi, in un momento di crisi profonda.

Marina Abramovic, invece,  parte per un viaggio, che la porta nel cuore dell'esoterismo del Brasile.
Tante facce, sguardi profondi ed esperienze singolari, che contengono in sé e poi sprigionano con forza il sapore della magia, che è propria della creazione. Quella stessa magia che Nick Cave utilizzava, o di cui era tramite, nel momento in cui, mettendosi al piano con aria incerta, si lasciava andare alle note, che fluivano secondo una improvvisazione precisa e scandita, dettata, forse dalle stelle.
Certo, questo a meno di considerare che le stelle siano proprio loro, gli artisti al servizio della natura, dei sentimenti nascosti ai più. Depositari di una sensibilità fuori dagli schemi e dal comune, con il compito di spiegarla agli altri, in una frustrazione più o meno costante.
Il metodo Abramovic, che consiste nel mangiare a colazione uno spicchio d'aglio e una cipolla, è quello che le consente, dice, di visitare i posti più impervi del pianeta senza ammalarsi mai.
Libera nella vita ma non nell'anima, si spinge alla scoperta di sensazioni nuove. Beve, mangia, medita, prega, cammina, parla con la gente. Non c'è nulla di artefatto in un viaggio che, come tutti i viaggi, è finalizzato alla riscoperta di sé. Una rinascita, necessaria e inevitabile, dopo una sofferenza che ha pervaso completamente il corpo e lo spirito.
Incontra, sul suo percorso, donne che, nella semplicità e nell'ignoranza, hanno vissuto una vita ricca della gioia di aver aiutato gli altri.
Lei, protagonista indiscussa della sua vita e del suo viaggio, si mette a nudo, spiritualmente e fisicamente, e mostra a tutti le sue debolezze, e contemporaneamente la sua forza, con l'esibizionismo proprio di una donna che  non si vergogna di essere umana.
Piange, si dimena, si lascia toccare, massaggiare, cospargere di terra, ma soprattutto si affida. Nella sua ricerca di un po' di pace, si abbandona a riti tribali e si fa travolgere dalle tradizioni di un paese che non è il suo.
Colori, vibrazioni, intuizioni, empatia.
Il film è un'esperienza, la sua, che sceglie di condividere con il suo pubblico. Si mette in gioco, come lei sa fare, e si concede.
Differente è la sensazione che si prova invece nel sentirle dire che intende lavorare un po' dietro le quinte, verso la fine del film, per rendere  protagonisti delle sue opere i suoi spettatori.
Marina Abramovic è artista e opera d'arte, e questo non potrà mai prescindere dalla sua opera. Sarà sempre al centro di ogni suo progetto, perché il germe di follia che è dentro di lei, può manifestarsi solo attraverso il suo viso, i suoi occhi, il suo corpo, anche se, per un attimo dovesse decidere di mettersi un po' in disparte.
Questo è quello che io, da spettatrice, vedo di lei.

giovedì 20 ottobre 2016

SKELETON TREE / ONE MORE TIME WITH FEELING

L'acqua mi ha sempre fatto un effetto particolare. E' a contatto con l'acqua che spesso mi si illumina la mente.
Due giorni fa, a casa di un amico, Marianne Faithfull. Deep water, musica di sottofondo dei titoli di coda di "One more time with feeling", film documentario sulla sofferenza di Nick Cave.



In bianco e nero, ma più nero che bianco, in inglese, con i sottotitoli, in 3d.
Un senso di nausea che non sai spiegare se sia dovuto al non poterti togliere gli occhiali o alla densità delle emozioni. 
Apnea, è lo stato in cui si trovano tutti quelli che guardano il film con me, estranei accomunati dalla passione per la depressione, forse.
Nick Cave è cambiato, non è più lo stesso, e forse non sarà mai più quello di prima. Nonostante questo, mette tutti in secondo piano con il suo carisma. E' potente la sua immagine, potente la sua energia. Non ha importanza quanto il film sia ben strutturato, ben montato o ben realizzato (3d a parte, che avrei evitato senza pensarci su due volte), perché la presenza scenica, il fascino, l'intelligenza di un uomo che è protagonista del palco come della sua vita, lasciano tutto e tutti in secondo piano.
Ci ho pensato per giorni, senza riuscire veramente ad elaborare i pensieri. Le parole impresse nel cervello, i discorsi metabolizzati in un minuto, i testi delle canzoni spiegati, recitati, indelebili.
E' la vita osservata da un uomo intelligente, che non è sempre a lieto fine, che è cambiata irreversibilmente con la morte del figlio. Una distrazione imperdonabile, un momento di buio dal quale è impossibile risvegliarsi. Un uomo nuovo, vecchio, o comunque non più giovane. Una quotidianità stravolta, che viene osservata con lo sguardo attentissimo di chi sa cosa voglia dire vivere la propria vita con consapevolezza, e che nonostante questo non trova un modo, e non conta di trovarlo.
Illuminante, magico, ipnotico. La devastazione di un uomo condita dall'inquietudine che sempre ha contraddistinto la  sua musica.
Rispettoso, composto, elegante. Lascia trasparire la sua rabbia, la sua frustrazione, ma soprattutto la sua sofferenza, senza cadere mai nel patetico, senza essere mai stucchevole, seppur malinconico.
Questi gli aspetti che riguardano strettamente la "trama" del film.
Un'altra sfera si insinua invece nelle immagini e tra gli spartiti e tra le improvvisazioni, ed è quella che riguarda la magia della composizione. L'ispirazione, quella che sembra arrivare da "altrove". L'artista che diventa un mezzo al servizio di una forza più grande, che lo pervade e che lo anima nel momento della creazione. Una forma di trance, imprescindibile ed inspiegabile, inevitabile.
Skeleton tree è una melodia in cui lasciarsi cullare come dalle onde. Un lamento nel quale galleggiare, un mare semiagitato da cui farsi trasportare, senza mai arrivare alla deriva. Un brodo primordiale di sentimenti di cui non spaventarsi, perché quando ci si accorge di essere stati travolti, ormai è già tardi, e non c'è altro da fare, se non lasciarsi andare.
Trasformare il dolore in creatività è difficile anche per chi nel sangue ha l'arte.
Mostrarsi, senza aver paura di risultare un essere umano (per quanto possibile). Esprimersi, senza essere mai banali, senza cadere nella tentazione di piangere. Resistere, e contemporaneamente abbandonarsi.
Difficile, e comprensibili, come tutte le cose, solo a chi vuol comprendere.
Il film, per chi vuole resistere.
Il disco, per chi vuole lasciarsi andare.

martedì 10 maggio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot


"Lo chiamavamo Jeeg Robot" è la prova materiale del fatto che con un'idea si possa vincere (su) tutto.
 Un cerchio che si chiude, una storia ben strutturata, completa e coerente dal primo all'ultimo minuto.
Un supereroe a Roma, in un contesto reale, preciso e definito.
Per quelli che, come me, hanno vissuto un'infanzia spensierata, sdraiati sulla poltrona  del nonno a guardare i cartoni animati, tutto ha un senso.
La pagina in bianco e nero di un fumetto nascosto sotto pelle si colora magicamente, e riaffiora, come un tatuaggio segreto.
Il gioco è lo stesso di sempre: i cattivi che vogliono conquistare il mondo, e i buoni che cercano di salvarlo. Un demone buono e un demone cattivo, si scontrano (in me), direbbe Morgan. Prima di incontrarsi,  i due demoni, si dimenano tra furti, droga e violenza... e vanità. Perché l'affermazione di se stessi, e del proprio potere, passa anche attraverso l'immagine.
Il contesto è crudo, la colonna sonora è forte, la fotografia di grande effetto.
Gli attori sono (in)credibili, la sceneggiatura divertente, i colpi di scena non mancano.
L' eroe buono è un po' stordito ed inesperto, distratto e disilluso; subisce mutazioni genetiche come Hulk, perde la sua amata come Ken il guerriero, affronta il suo antagonista come nei migliori combattimenti tra robot.
L' Hiroshi Shiba dei quartieri popolari, Devilman contemporaneo, ama una donna fragile, che gli illumina la vita con delicatezza.
Il livello non cala mai, con Marinelli e Santamaria all'altezza di Superman e Spiderman.
L'eroe cattivo è di paiettes vestito, è vanitoso, capriccioso e inauditamente violento, con lo sguardo dolce delle menti perdute, quello che inganna.
Non ci sono artifici né prese in giro. E' una racconto di fantasia reale al 100%.
Non è magia, è  il cinema italiano con la sua intelligenza, che buca lo schermo senza bisogno di effetti speciali, senza fumo e controfigure; che si avvale di attori  bravi, di storie concluse, che comunica in maniera sottile, creando l'armonia alternando bellezza, sensibilità, violenza, forza, e semplicità.
Perché per essere supereroi non servono sovrastrutture.
Il coraggio è dentro, e si esprime nella voglia di raccontare una storia.
E se non una batmobile non te la puoi permettere, sappi che non è necessaria: è sufficiente una maschera di lana.

sabato 31 ottobre 2015

Per Halloween regalatemi uno Zombie!

C'è chi ha bisogno di coprirsi il volto con una maschera e chi, invece, la maschera che ha dentro la tira fuori con consapevolezza, e la mostra a tutti senza paura.



I capelli colorati, il corpo disegnato, l'anima piena di sfumature, esplodono nelle persone che non sanno e non vogliono trattenere quello che hanno dentro: la gioia, il dolore, l'umanità, la fragilità, e il coraggio.

Halloween è l'occasione più blasfema per parlare degli zombie veri, quelli che si sbriciolano, un po'come me, alla luce del sole d'inverno, che si coprono gli occhi con strati di nero come gli antichi egizi, e che nascosti in una coltre scura si sentono più protetti.









Con il mio "real zombie" preferito, se fosse mio amico (cosa che mi piacerebbe tanto), mi scuserei molto per aver scelto proprio questo giorno per parlare di lui.
Ma a volte le ricorrenze ci spingono per strade banali, e sgranocchiando un pezzo di torrone con una coperta sulle gambe si possono fare molte cose.

Halloween è una festa che non ho mai sentito veramente, che non mi appartiene e che non capisco, ma mi affascina per tutto quello che di dark e funesto porta nell'aria, e per l'idea fantasiosa che per un giorno ci si possa sentire morti e contenti allo stesso tempo.




Il mio zombie preferito, dicevamo, con il quale condividerei volentieri anche Natale, Pasqua e Ferragosto, si chiama Zombie Boy. E' molto famoso, certo. Non necessita quasi di presentazioni.
Modello, performer, artista. Bellissimo, a mio avviso.

Zombie boy mi ha regalato qualche notte di insonnia, e mi ha incuriosito come pochi al mondo.
Ho ascoltato la sua voce in inglese, in francese, e l'avrei ascoltato anche in aramaico antico se avesse rilasciato interviste in lingue dimenticate, e mi sono lasciata ammaliare dalle sue-proprie descrizioni di se stesso. Mi sono divertita molto, lo confesso!




"la beauté est dans l'oeil de celui que regarde, non?"


Lo show è la vita, e la vita è uno show.
Quando non c'è distinzione tra quello che c'è dentro e quello che si vede fuori, niente può essere più pulito e più chiaro. C'è chi si spaventa di fronte a tanta sincerità. L'essere umano, si sa, è abituato a mentire, soprattutto a se stesso; solo dopo agli altri.


"no fear, no pain"

Se te lo sussurra uno zombie, la situazione si fa molto intrigante.
Se te lo sussurra uno zombie che ha fatto del proprio corpo, debole, la sua più grande forza, la situazione si fa molto intelligente.
Se te lo sussurra uno zombie che ha imparato, dalle proprie paure ad incutere timore, la situazione si fa molto coraggiosa.




Se ci sia una differenza tra la bellezza interiore e quella esteriore non saprei dirlo, semplicemente perché non la vedo. Quello che credo, però, è che, quando osserviamo la bellezza, sia sempre un particolare ad attirare la nostra attenzione.
Io, quando guardo Zombie Boy, non riesco a vedere che i suoi occhi.


https://www.youtube.com/watch?v=Yb_c6ho99xE








mercoledì 2 settembre 2015

LET'S START! | SI RICOMINCIA!!

2 settembre, perché il giorno #1, che sia di gennaio o di settembre, non si lavora, o comunque non si lavora mai sul serio!!






















Lo START!, però, è quello di ieri, di una mattina in cui ci alza dal letto senza gru e senza sveglia, ci si guarda intorno, si annusa l'aria del mattino, e si punta al verde.

E se il mare non è più a portata di mano, fortuna che a quattro passi c'è un bosco in cui perdersi, splendente di smeraldo, e con lanterne da Campi Elisi.

Si ricomincia con il piede giusto!
Quello che da il via ad una corsa rigenerante, che disintossica i piedi stanchi di affondare nella sabbia, e la testa e le spalle dalla musica assordante e dai troppi mojito bevuti responsabilmente, perché alla fine, diciamocelo, se si è felici si può ballare tutta la notte anche da sobri! 
E poi l'abbiamo capito che un cicchetto ci sta, ma cinque sono troppi 
(ma questo poi riguarda l'età).







L'importante è fermarsi ogni tanto, e guardarsi intorno. Respirare, recuperare le energie, e ricaricarsi di colori e di emozioni. Quando impariamo a godercele, le emozioni, non c'è niente che possa turbarci davvero, e niente che possa rubarci il tempo!

E' solo dopo essersi fermati veramente, che si può veramente ricominciare a ballare! 
ooopppsss.... a lavorare!!





martedì 21 luglio 2015

Lavori in corso_"Har- the sequence of Deb′o·rah"

Secondo video del progetto - installazione "Har-".

Note di regia:
Liberamente ispirato alla figura della profetessa israelita Deborah, dal Libro dei  Giudici, il  video intende narrare una sequenza o, simbolicamente, un  canto.
Una  performance atta a rappresentare il pensiero  di  una  donna o, più semplicemente, di un essere umano.
Una domanda, alla base di questo progetto:
"gli umani, di cui ogni giorno osserviamo le scelte e le azioni, quanto  osservano  i  propri  pensieri?  E  noi?"
Ciò  che  gli  uomini  guardano  sono  le  espressioni.  E la  poesia  sta nel  pensiero.  Deborah  è  consapevole  che  tale  riflessione  sia  letta  da  Dio  e  per  questo  è  a  Lui  che dedica il suo canto, a Colui il quale ne  conosce  tutte  le  intime inclinazioni  e che  ci  invita,  liberamente,  a  "guardarci"  un  po'  più  in  profondità.


Le  azioni  di  noi  uomini  sono  incredibili  ed  le nostre espressioni estremamente varie. Quanto riusciamo veramente a leggerle? 
Il video non è di certo un documento  sulle  sinapsi umane,  ma   la  performance  di  Silvia  Bruni.
Deborah  l'israelita  è  stata  "un  Giudice",  ed  insieme  a  Dio  ha  vinto  una  guerra. 
"Ma  quale  guerra posso  vincere  da  solo?  e  quale  esempio  mi  insegna  l'antichità?"
Ancora  in  lavorazione,  il  video  avrà  una  durata  massima  di  4' .
E'  stato  girato  in  totale  work  in  progress  al  teatro  Lolli  di  Imola - Bologna.



Un ringraziamento particolare va all' associazione TILT  Teatro di  Imola  (BO).

Altri ringraziamento vanno allo scultore Antonio Canova, a Silvia Bruni, performer già presente in Har- da Sofonia, ed al personaggio di Deborah.

regia_ Donato  Arcella
performer_ Silvia  Bruni
tech_ Luca  Tanieli



Donato Arcella_
- IVHAM '15 New Media Arts Festival - Madrid - Spagna, Fest invitado Magmart - Napoles.
- Overflow Transborda '15 Videoart  Alcobaca - Portogallo
- Streaming Festival video art - L'Aja ( NL ) and BOX Videoart Project - Visualcontainer    Milano - Italy. '14
- Human Rights? Internazionale di Arti visive Trento - Italy. '14
- XXXFuorifestival - Arte,  video  e  altre  culture…  Pesaro-Urbino  Italy. '14
http://www.premioceleste.it/donatoarcella

lunedì 8 giugno 2015

Bianco, nero e sfumature di occhi _Bowie ed i sogni!


Scopro oggi, ieri (ieri, causa fuso mentale) a soli 23 anni dal giorno delle nozze, che David Bowie sia sposato con una donna bellissima. Nera come la pece e denti di perla, oltre che gambe mozzafiato... ma questo mi pareva ovvio ancora prima di vederla. fasciata in un vestito di bianco violento, cos' come tradizione che si rispetti vorrebbe. Perchè diciamocelo, se deve essere bianco, che bianco sia.


Mi permetto una piccola parentesi sui colori ...

giovedì 23 aprile 2015

Welcome to Camden_ TravelTips da Londra





A Camden Town, non puoi non andare. A tratti ti sembrerà Disneyland, a tratti un parco giochi, a momenti un posto per bambini. Mi sarebbe piaciuto passare di lì molti anni fa, ma poco importa.







Che sia turistico, un po' artefatto, un po' sintetico, è indubbio, ma è un folclore che ci piace, e ci entra nell'anima.

domenica 22 marzo 2015

L'ARCHITETTO NON E' UN POLTERGEIST



Oggi mi è venuto un dubbio atroce, una specie di crisi di identità!
E allora ho pensato bene, da donna 2.0, architetto di grido e web addicted, di rivolgermi alla fonte di sapere per eccellenza dei "tempi di oggi", vale il dire WIKIPEDIA: nuova Treccani del copia e incolla, nonché oracolo di Delfi dei momenti di sconforto da smartphone.
E lì, nelle pagine codificate di un dizionario multimediale, ho finalmente ritrovato me stessa. Più comodo, tra l'altro,  e anche più veloce che andare in India. 

Ed ecco, per me e per tutti voi, la definizione di ARCHITETTO:

"L'architetto è la figura professionale [wow!] massimamente esperta [il pathos cresce] della progettazione urbanistica, edilizia e architettonica, del restauro dei monumenti, della progettazione del paesaggio, dell'allestimento, dell'estimo immobiliare e del disegno."

CAZZO! TUTTE QUESTE COSE??!! 

Eppure io mantengo sempre un grazioso ghigno quando mi chiedono: 
"scusa, ma tu sei architetto di interni, o anche di esterni?"

Ma andiamo pure avanti. 

"È storicamente tra gli attori principali della trasformazione dell'ambiente costruito." 
[che gran figo!]

Gli architetti trovano impiego non solo nel campo dell'edilizia, ma anche in settori più o meno affini all'architettura, come design, ergonomia e grafica." 

E aggiungerei che, se necessario, sanno fare anche il caffè.

"Il termine deriva dal greco ἀρχιτέκτων (arkhitekton), parola composta da arkhi (capo), particella che serve a denotare "superiorità", autorità, ma soprattutto pensiero [mi commuovo], ossia responsabilità e consapevolezza di colui che si accinge a costruire, e tékton particella che riguarda l'azione, l'operatività."

sembro proprio una persona seria!!

Quanto a Vitruvio, che nel tempo libero aveva pensato di scriverci su un trattato, tale "DE ARCHITECTURA", pare che secondo lui l'architetto debba avere "doti intellettuali" e "attitudine nell'apprendere", debba conoscere storia, disegno, matematica, filosofia, musica, medicina, giurisprudenza, astrologia, letteratura, storia dell'arte.

Senza scendere nei dettagli e cadere nell'autocelebrazione, pare, così dicono, che l'architetto sia tenuto a sapere un sacco di cose.

Ora, definizione alla mano, vorrei tanto esaminare con attenzione i processi logici e mentali scatenatisi, negli ultimi anni, in molte persone di mia conoscenza, che le abbiano portate a pensare che quello dell'architetto non sia un lavoro.

Non avrebbe, chiaramente, alcun senso domandarglielo. 

Mi andrebbe piuttosto di indagare su quale delle parole suddette non sia chiara; quale di quelle faccia loro immaginare che la consulenza di un professionista sia gratuita; quale faccia pensare che un architetto possa mettere a disposizione a titolo gratuito le sue competenze e le sue esperienze in materia di composizione, sensibilità, fruizione degli spazi, realizzazioni contemporanee, esigenze personali, conoscenza degli aspetti estetici e tecnologici dei materiali, buono e cattivo gusto, teoria della luce ed equilibrio.

Vorrei inoltre ricordare a tutti gli scienziati che decidono di ristrutturare le proprie case, che l'architetto non svolge una funzione di esattore delle tasse, che non vende le sue competenze porta a porta, (e neanche folletto), e che non organizza riunioni tupperware per reclutare adepti assuefatti all'ebbrezza delle plastiche; per cui, a meno che voi non l'abbiate chiamato, non si materializza improvvisamente in casa vostra come un poltergeist o nel vostro salotto come Slimer, imbrattandovi irrimediabilmente le pareti di viscido liquido verde.

Se non ne avete bisogno, care enciclopedie viventi dell'arte del "qui ci vorrei un arco" o del "qui ci va un bidet?", fatene pure a meno, ma, soprattutto, evitate le scene pietose sull'estorsione di consigli utili, perché tanto, vostro malgrado, non sarete comunque in grado di seguirli.

Tuttavia, se proprio ritenete il vostro metodo infallibile, vi consiglio vivamente di applicarlo anche ad altri aspetti, perché nella vita, si sa, è sempre una questione di metodo. 
Se siete sicuri di quello che volete, di quanto costi, di quale sia il risultato migliore, procedete: applicatevi da soli le protesi ai denti, contestate i vostri medici e ditegli che avete confrontato le loro diagnosi con quelle di altri dieci, dite al vostro panettiere che il pane del negozio accanto è più croccante, riparatevi da soli automobili e caldaie, progettatevi l'impianto elettrico, e quando andate al ristorante, dite al maitre che cucinate meglio voi!

per accedere alla professione di architetto in Italia sono richieste:
-  laurea in architettura;
- abilitazione professionale, che si ottiene superando un esame di stato che consiste in quattro prove;
-  iscrizione all'ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori.

Il riconoscimento più prestigioso per un architetto a livello mondiale è il Premio Pritzker, che si può considerare l'equivalente del Nobel.

Buon lavoro!